Marta Malaman - Psicologa e Coach

Io (non) voglio scendere: Novecento e la paura di un mondo senza fine

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‘’Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.

Col mio cappotto blu, primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ quel che non vidi. Riesci a capire, fratello? E’ quel che non vidi… lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne… C’era tutto. Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

Ma se tu… Me se io salgo su quella scaletta, e davanti a me… ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi. Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita. Se quella tastiera è infinita, allora… Su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo, ma le vedete le strade? Anche solo le strade! Ce n’era a migliaia! Come fate voi laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna. Una casa, una terra che sia vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo… Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce… e quanto ce n’è. Non avete voi paura di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità… solo a pensarla? A viverla…

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato così.

La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò.”

Questo meraviglioso libro di Baricco, la cui lettura consiglio dal profondo del cuore, racconta la vita di un bambino nato e cresciuto dentro il Virginian, un translantico. Il piccolo era stato abbandonato sopra il pianoforte della sala da ballo della Prima Classe ed è stato trovato per caso da un marinaio di colore, che l’ha chiamato Novecento perché è stato trovato il 1 gennaio del 1900.

Lo tenne però nascosto, perché temeva che potessero portarglielo via e gli fece da padre fino all’età di otto anni, quando morì in seguito a una ferita riportata durante una tempesta.

Nei giorni successivi il bambino scomparve misteriosamente, durante un’ispezione della polizia. Quando ricomparse, lo fece suonando il pianoforte.

E fu da quel giorno che Novecento e il pianoforte diventarono una cosa sola.

La storia ci viene raccontata dal trombettista del Virginian, che salì a bordo nel gennaio del 1927, diventando ben presto amico del protagonista.

Quella nave diventa quindi il mondo di Novecento, custode dei suoi desideri e delle sue paure.

Novecento, nel monologo finale del libro, prende la parola proprio nel momento in cui sembra davvero deciso di scendere dalla nave, di aver preso coraggio e di affrontare la vita.

In questo monologo ci racconta le sue sensazioni, le sue emozioni. Ci racconta che cosa prova nel scendere quei pochi gradini che lo porterebbero a toccar finalmente la terra ferma.

E ci racconta anche di come sia attanagliato dalla paura, quando alza lo sguardo e scorge l’orizzonte della città che ha di fronte a sè. In quel momento si rende conto che il mondo non è come il Virginian. Che il mondo è enorme, sconfinato. E’ senza fine.

Questo monologo ha un valore importantissimo per me. L’ho portato al secondo anno di corso di teatro (ovviamente scoppiando a piangere mentre lo recitavo) perché già mi rappresentava tantissimo, ancora prima di fare il mio primo viaggio da sola in Olanda, ancora prima di diventare nomade digitale, ancora prima di tutto.

Ma già sentivo quella spinta. Sentivo che il mondo è vasto, è enorme, e offre infinite possibilità.
Ma come facciamo a scegliere la nostra?
Come facciamo a scegliere una terra, una professione che sia quella, una vita sola?
Anche io mi sentivo come Novecento, terrorizzata da questo mondo senza fine. Ho passato molti anni a pormi le stesse sue domande, e alla fine il destino, la vita, come succede in tantissimi casi, mi ha dato alcune delle risposte.

Novecento è terrorizzato da tutti i mondi che esistono là fuori, da tutte le possibilità, ed all’inizio, lo ammetto, lo ero anche io. Adesso invece sono profondamente affascinata e meravigliata dalla ricchezza della vita che sto vivendo e che vivrò, dalla bellezza del poter sempre esplorare luoghi sconosciuti, e lasciarsi sorprendere da essi.

E ho capito che non bisogna per forza scegliere una via, un luogo, una dimensione. Esiste un modo per vivere più mondi possibili, più vite possibili, ed è ciò per cui lavoro tutti i giorni, la mia missione.

Al posto di rifugiarsi sulla nave terrorizzati, addentrarsi in questi mondi, viverli appieno, godere di questa enormità. Io non voglio restare sulla nave, nel luogo sicuro dove sono nata e cresciuta.

Io voglio scendere.

 

Bibliografia:

Novecento: un monologo di Alessandro Baricco, Universale Economica Feltrinelli