Marta Malaman - Psicologa e Coach

Le origini del Coaching e il GROW model

Dopo aver parlato di Psicologia del Benessere, facciamo un passettino in più per arrivare a parlarvi della mia metodologia. Vi racconto che cos’è il Coaching e come funziona.

Anche il Coaching, seppur in maniera leggermente diversa, si inserisce all’interno della cornice della Psicologia Positiva. Questa disciplina, di stampo statunitense, è definita dall’International Coaching Federation come ”una partnership coi clienti che, attraverso un processo creativo stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale”.
Si parte dal presupposto che la persona sia in grado di raggiungere molto più di quello che sta ”achieving”, i risultati che sta ottenendo al momento attuale. Lo scopo del coaching è sbloccare il potenziale della persona per migliorare la sua performance ed aiutarla a raggiungere obiettivi importanti.

Ha le sue origini nel mondo dello sport, in particolare del tennis: è Timothy Gallway, maestro di tennis, a rendersi conto che i giocatori raggiungevano il loro massimo potenziale in partita quando l’allenatore (o coach, per l’appunto) al posto di dare consigli e suggerimenti, utilizzava tecniche come la visualizzazione dell’obiettivo, adottando un atteggiamento, anche in questo caso non direttivo.

Il padre del Coaching è considerato però John Whitmore, ex pilota automobilistico che dopo anni lavorando all’interno di aziende cercando di migliorare le prestazioni dei dipendenti, arriva a definire il modello GROW. Il focus di questo modello è aiutare le persone a raggiungere i loro obiettivi di vita e personali. Ciò viene svolto tramite una prima fase in cui si delinea, magari partendo da uno stato di malessere, il goal dell’intervento (ogni sessione avrà poi al suo interno un obiettivo specifico).
Poi si passa alla fase del ‘’reality check’’ in cui si indaga dov’è la persona rispetto all’obiettivo prestabilito, il coach stimola la consapevolezza riguardo alla situazione attuale.
Il coachee, così viene definito il cliente nel mondo del coaching, deve poi, secondo una logica di brainstorming, elencare tutte le opzioni possibili che potrebbero essere utili ai fini del raggiungimento del goal, inizialmente senza censure e limiti, per poi selezionarne, avendo considerato tutti i pro e i contro del caso, una elettiva.
Infine c’è la fase di Will, o impegno all’azione, in cui si traduce a livello pratico il momento delle ‘options’: il cliente si assume la responsabilità di mettere in atto comportamenti concordati con il coach per il raggiungimento dell’obiettivo, coerenti con l’opzione scelta.

Anche in questo caso la persona è al centro. E’ il miglior esperto di se stesso. I due partecipanti sono a un livello paritetico, non esiste una delle due ‘superiore’ all’altra. Il coach non ha tutte le risposte, anzi non ne ha nessuna. Non è direttivo. Non giudica. Non propone soluzioni, non da consigli, ma accompagna il coachee durante il processo di raggiungimento dell’obiettivo, valorizzando la sue competenze e potenziando le sue risorse. Per fare ciò utilizza strumenti come l’ascolto attivo, il feedback, e le cosiddette ‘domande potenti’, che hanno lo scopo di far riflettere il coachee, fornire nuove idee, più che dare informazioni al coach.

Ma cosa c’entra tutto questo con la Psicologia Positiva? Per saperlo non perderti il mio prossimo post.

Ti è piaciuto questo excursus sul Coaching? Ti ha incuriosito? C’è qualcosa che vorresti approfondire? Fammelo sapere nei commenti!

Bibliografia:

An Introduction to Coaching Skills – a practical guide di Christian Van Nieuwerburgh, SAGE publishing, 2012

Sitografia:

https://www.prometeocoaching.it/blog/origini-del-coaching/

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